Stefano Pivato
Il secolo del rumore
Il silenzio non è più un intervallo di quiete
Recensione di Silvia Zambrini
“Il secolo del rumore” , con l'evolversi dei macchinari industriali, l'aumento dei veicoli e soprattutto l'affermarsi dei grandi mezzi di diffusione mediatica è sicuramente il '900. Tuttavia proprio questo saggio ci spiega che la società non è mai stata esente da effetti di baccano e confusione.
Stefano Pivato, con lo sguardo dello storico e l'esperienza dell'ascoltatore critico ci offre un quadro significativo del rumore che ci ha preceduto. Una serie di aneddoti curiosi sull'uomo e il suo rapporto con i suoni dell'ambiente illustrano con efficacia mentalità diverse in epoche diverse.
Il '900, per una serie di eventi politico/economici e soprattutto di innovazioni tecnologiche, ha segnato la fine di un equilibrio a lungo esistito tra la presenza del rumore e la sua assenza. Con frequenti riferimenti a J. Attalì nel suo celebre saggio “Rumori”, numerose citazioni letterarie e sensibili comparazioni acustiche che riportano ai "Paesaggi sonori" di M. Shafer, Stefano Pivato ripercorre le fasi del paesaggio sonoro dalla seconda metà dell'800 fino ai giorni nostri.
Una Parigi non poi tanto silenziosa emerge dai ricordi di E. De Amicis e dai romanzi di M. Proust, con il canto liberatorio delle lavandaie, lo strepito delle carrozze e gli echi delle processioni accompagnate dal rullo dei tamburi. Anche allora il rumore infastidiva e creava problemi, ma si trattava di suoni distinti, in grado di caratterizzare situazioni diverse: caratteristica era la discrezione sonora del ballo borghese grazie all'uso del parquet introdotto nelle sale di Parigi e poi di Vienna a fine '800 contrapposta al fragore dei balli che si svolgevano sugli acciottolati delle aie e i pavimenti delle sale popolari. Altrettanto caratteristica era la silenziosità dei Caffè che in quel periodo costituivano il prolungamento del salotto borghese, diversamente dal caos delle osterie con i rumori delle bocce e delle risse in strada. In tutto questo scenario il silenzio esisteva esattamente come esistevano i rumori e le loro diverse gradazioni. Oggi nei bar, nei fast food e nei negozi il colore del rumore è sempre uguale perché il sonoro delle radio e delle televisioni ha livellato qualsiasi sfumatura di voce e la gente si è abituata a parlare più forte per via del continuo sottofondo.
Il silenzio non è più un intervallo di quiete così come accadeva di notte nel periodo dell'industria dal momento che il rumore seguiva i ritmi ordinati di apertura e di chiusura delle fabbriche. Il passaggio alla società del terziario ha segnato la fine di queste parentesi di quiete con le infinite attività del tempo libero, gli orari continuati e un traffico che fatica a fluire per via degli infiniti veicoli in circolazione.
In questo contesto di rumore no stop, timbricamente riassumibile in un confuso rimbombo, il silenzio, o più semplicemente il desiderio di quiete, è quasi considerato uno stato mentale di rifiuto, se non addirittura di intolleranza. Ciò è strano dal momento che il rumore stesso è sempre stato oggetto di potere e di fratture tra schieramenti, come quando le campane delle chiese venivano aizzate per sopraffare l'eco delle fanfare trionfanti tipiche dell'era post napoleonica; nonché di forte contraddizione. Proprio il fascismo, che nel tumulto aveva identificato i sintomi di disordine e di lassismo, ha fatto "buon uso" degli allora nuovi mezzi di riproduzione acustica, con gli altoparlanti durante i comizi, le parate e le musiche del regime alla radio, per certi aspetti preludendo all'attuale colonna sonora diffusa.
Attualmente lo scampanio delle chiese è quasi sempre amplificato e questo fatto contribuisce a smussare i confini tra metropoli e paese dato che il suono riprodotto rimbomba tra i vicoli e nelle piazzette con particolare irruenza. Quanto all'attuale uso dell'altoparlante, dal discorso col megafono e dalla radio negli appartamenti si è passati alla diffusione di musica e informazioni in interi edifici e spazi aperti. L'avvento dell'industria aveva provocato una svolta al rumore ma ancora di più) la grande diffusione di unità elettroacustiche avvenuta negli anni '60, e, negli ultimi due decenni, la sonorizzazione degli spazi comuni con l'intrattenimento forzato.
Il rumore è anche quello della musica e delle informazioni non richieste. Il disagio acustico non crea solo fastidio ma anche malessere e distrazione.
Le strade italiane, testimoni di una spontanea tradizione di ciclismo popolare (vivacemente illustrata in questo e altri saggi dell'autore) vedono ora privilegiare la supremazia del motore e della velocità, cui si aggiunge la potenza delle tecnologie acustiche che non permette agli automobilisti di avvertire con l'udito la presenza dei pedoni e dei ciclisti. Non c'è studio volto al futuro che non implichi una propria storia e così anche il rumore, esattamente come la medicina, la fisica e altre discipline di ricerca.
di Silvia Zambrini
(21.03.2011)
Il secolo del rumore
Il paesaggio sonoro nel Novecento
di Stefano Pivato
Ed. Il Mulino - 2011
Collana "Intersezioni"
Pag 192, € 14,00
ISBN 978-88-15-14659-5













