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Primaneve

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"Primaneve"  di  Agostino Venanzio Reali


Le cose che ci circondano, lo circondano, sono aeree, quasi superflue

 

 

 

primaneveMontoro - La raccolta di poesie “Primaneve”, del poeta Agostino Venanzio Reali è un dono prezioso della poetessa Narda Fattori, giuntomi dopo un tragico evento della mia esistenza. Mi sono sentito immerso, già alla prima lettura dei versi, in un mondo che a stento riesco a percepire, ma che condivido in tutta la sua naturale bellezza: bellezza che inquieta.

 La domanda che il Reali pone al lettore è l’interrogativo che da secoli si pone la Poesia come mediatrice tra cielo e terra:

  Hai tu la dolce memoria

  premente l’anima adulta

  di quando la neve

  la prima volta vedemmo

  sulle tettoie cadere? ( Primaneve,pag.18)

 “La dolce memoria”, la certezza che il peso del presente e del domani non sono nelle aspettative del fanciullo; recano invece l’energia che si consuma in versi nell’anima semplice, nell’infanzia, non ancora “adulta”, nel freddo dell’esistere a diretto contatto con la realtà degli umani. Lo stupore che penetra attraverso gli occhi del Poeta  giunge fino alle canne dell’organo immenso che suonano l’armonia che governa l’Universo che sommuove. Questa è l’energia che rende folli, ebri di silenzio, naufraghi nella terra dove poche sono le tracce degli uomini. Il Nostro la delinea in questi versi tratti dalla poesia eponima:

  Dolce nescienza non sapere

  donde venisse la neve.(pag.18)

 L’enjambement posto tra  il primo e il secondo verso della poesia “Primaneve “  è la chiave di lettura della poetica del Nostro: versi pregni nelle stanze di richiami a poeti famosi del Novecento, dal D’Annunzio al Pascoli, dal Leopardi a Pasolini, tanto per citare le contaminazioni rilevate.

Fattore primario, musica dell’intera raccolta, il silenzio domina tutte le composizioni. Nel sottotitolo, della prima parte del volume(1986),  c’è l’omaggio alla poetessa americana Emily Dickinson . Ho scelto di lei un verso che bene si colloca nell’accostamento ai versi del Nostro:

 “ e io, e il silenzio, una razza sconosciuta

    naufragata, solitaria, quaggiù- “              (Poesie, I Miti,Mondadori,1996)

 Come per la poetessa americana , Agostino Venanzio, reca in dono al lettore la solitudine come fonte di ispirazione per raggiungere la Serenità dello spirito e attendere alle cure del divino che è fonte di ricerca inquieta:

  l’acqua nera del silenzio terso

  mi raggiunge nel bivacco di quarzo

  all’ombra di amici remoti                     (l’acqua del silenzio,pag.30)

 

 L’ossimoro(nera-tersa) potrebbe offrire al lettore il viatico per il dolore che l’esistenza produce ogni istante nei contatti con le prevaricazioni, le oppressioni, le persecuzioni, in nome dell’unico onnipossente dio: l’economia. Nella poesia del Nostro le cose che ci circondano, lo circondano, sono aeree, quasi superflue,  estremo richiamo tra il vivere presente e l’immensità dell’illuminazione che sopraggiunge con l’ispirazione:

  Il lume è dolce nell’aria

  e quiete son le porte e le finestre;

  un’ala viene un’altra se ne va. (Dolenza vesperale,pag.25)

La sinestesia, all’interno di questa poesia, offre alle cose inanimate le medesime sensazioni  degli esseri umani. Più avanti lo zeugma dell’”unguento serale” apporta attimi di serenità alle ferite che l’anima in lotta continua a sentire. La rima alternata, la avvicina ai versi del grande Leopardi de ”La sera del dì di festa”.

 Il naturalismo del Reali è biblico e stupendo. Ogni animale, ogni pianta, ogni cielo, ha un’anima, un’energia da trasmettere. C’è la lezione dei poeti classici latini. Come bella è l’espressione in cui il richiamo alla pura reincarnazione dell’energia, che non si disperde, chiama per nome le creature viventi alla maniera di Frate Francesco:

 Colmi di luce ho gli occhi

 nella camera ardente

(…)

 e potrò volare ghiandaia

oltre le pareti di cemento. (Presagio,pag.24)

 Il cemento attuale  contrapposto alla naturalità che si rinnova in ogni essere vivente. La semplice ghiandaia,che sorvola il mondo degli umani, affusolata in volo dalla lunga coda,  emerge dalle profondità del bosco a portare lo Spirito che non muore. Eppure le opere degli uomini sembrano sovrastare il tempo che viviamo. Tempi di offese e di guerre. Tempi di mancata  morale e di assoluta indifferenza alla sofferenza dei meno fortunati. Quanti bei versi emanano il loro profumo in questa raccolta. Come grano, sotto la primaneve caduta nella notte, i verdi profili aspettano il sole del lettore per offrire i chicchi gialli e maturi della vera poesia. Mirabile è la purezza del versificare nel Nostro, perché si alimenta all’attesa della vera energia del mondo, riparando il lettore (e forse se stesso) dalla frenesia della corsa verso la fine.

 L’itinere è ben altro, “la vena del canto” trasale fino a guardare il Creato con gli occhi “ saggi e ingenui” del bambino. Attesa felice per chi ha assunto il Creatore a suo interlocutore e si piega alle stigmate della sua stessa sofferenza:

 Il sesso acre e cremisi

 non più lusinga il pensiero

 e il lago del sangue

 non frustato da lampi

 ha una calma di canto di merli. (Parabola discendente,pag.45)

 Sono andato ai versi di un altro grande poeta che con il Creatore ha intessuto un dialogo aperto. Parlo di Clemente Rebora, della medesima ricerca della purezza nel perdono, nella certezza che l’attesa non è delusa, perché si raggiunge già quaggiù, dove solo l’anima tersa raggiunge con il suo silenzioso canto l’Immenso:

 “Verrà d’improvviso,

   Quando meno l’avverto:

   Verrà quasi perdono

   Di quanto fa morire,

   Verrà a farmi certo

   Del suo e mio tesoro,” (Dall’immagine tesa,Garzanti,1994)     

 
di Vincenzo D’Alessio
Montoro , luglio 2011 

                            

Primaneve.
di Reali Agostino Venanzi
Le tre raccolte edite (1986 – 1987 – 1988)
Ed. Book,  2002
Collana Minerva
Euro 13,00 pag. 175