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Noi di Valter Weltroni

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Noi di Valter Weltroni
Quattro generazioni nella storia

 

Avrebbe poco senso chiedere a una personalità obiettivamente poliedrica come Walter Veltroni di non fare posto, nella sua professione intenzionale (e gli auguriamo non occasionale) di romanziere, alla variegata complessità dei suoi interessi. Perché Veltroni è giornalista, esperto di cinema e televisione, appassionato di canzoni, politico di lungo corso con la connotazione specifica del “buonista” – da intendersi come chi dà sempre credito a un fondo di bontà positiva che si trova nell’intimo di ciascun uomo –, e ultimamente, dopo essere stato sindaco di Roma, fondatore del partito democratico: immaginato dentro un progetto maggioritario e di rinnovamento complessivo della società italiana, che avrebbe dovuto soppiantare il berlusconismo con quello che di anomalo questa cosa si porta dentro. Che è poi l’individualismo sfrenato, la rottura dei legami con gli antichi valori del solidarismo di matrice cattolica e socialista, il potenziale abbandono, nel segno di una strana modernizzazione, di gran parte delle regole democratiche. È dunque perfettamente comprensibile che quest’ultimo romanzo si riveli pieno, al di là della storia che racconta, dell’universo culturale dell’autore.

In quanto “romanzo” esso è la storia della famiglia Noi, raccontata nell’articolazione di quattro generazioni e fissata nell’incandescenza fattuale di alcuni momenti della storia recente, a loro volta individuati in date precise: il 1943, e dunque il momento della caduta del fascismo mentre Roma veniva bombardata in San Lorenzo e si viveva la fase cupa dei rastrellamenti antiebraici; il 1963, e dunque il momento della ricostruzione, mentre la ripresa economica si vestiva dei colori del “miracolo” e apriva la via alle speranze di un futuro migliore; il 1980, e dunque il momento del nuovo e non sempre accettato crollo dei valori antichi  cui si contrapponeva la furia devastatrice del terrorismo, mentre anche la natura sembrava congiurare con la sua crudeltà, in Irpinia, contro una derelitta umanità. Poi interviene un salto, come se negli anni tra gli ottanta e i nostri, nei quali pure c’è stata tangentopoli, sono crollati i muri e scomparsi i grandi partiti e ora si vive questa sorta di regime nuovo che fa perno sull’egolatria di un uomo e sullo strapotere della comunicazione a senso unico che annulla le facoltà della scelta razionale (o quanto meno tenta di farlo), nulla fosse accaduto.

E la scena si sposta nel lontano2025, inuno strano mondo omologato in cui tutto è regolato da un superiore ordine tecnologico e all’uomo è solo consentito di vivere nel ricordo sommesso dei tempi andati, mentre è delitto ogni assembramento di più che tre persone. I quattro momenti sono anche quattro stagioni: il 1943 è l’estate, dunque il caldo impietoso del sangue che scorre e delle passioni che si accendono a nutrire le speranze, nel fuoco della lotta che non conosce quartiere; il1963 è la primavera di un mondo nuovo, uscito dalla barbarie della guerra, costruito nelle lotte e nella speranza che tutto possa essere diverso; il 1980 è l’autunno, e dunque il grigiore delle speranze che si appannano, di tempi che sembrano non avere null’altro da offrire se non contrapposizioni feroci, spettacoli di giovani che uccidono altri giovani, la vita umana ridotta alla forma di una divisa, o di una cartella piena di libri, contro la quale si può sparare, quando fratelli sono costretti a  denunciare fratelli. Il futuro, il tempo lontano del 2025, è l’inverno: un inverno ovattato, di famiglie non più famiglie, di sentimenti non sempre sentimenti, di fili che non sempre riescono ad annodarsi, di aghi spezzati. Ma anche di meticciati fattisi realtà. E sempre, sullo sfondo, i luoghi delle vicende, ma soprattutto Roma: rivissuta nei suoi angoli, nei suoi paesaggi illuminati dalla memoria. Talora la vera protagonista.

Questo mondo, che è la storia recente dell’Italia e quella temuta del suo futuro, Veltroni lo racconta per fatti ma più per immagini dell’anima: canzoni amorosamente citate, spezzoni di film che hanno formato l’immaginario di generazioni, pensieri affondati nel vissuto semplice di famiglie semplici che hanno vissuto vite semplici: il maggiordomo Alfredo che ha conosciuto il fascismo per il tramite delle ansie di un gerarca forse troppo umano, il ragazzo Giovanni che ama la pittura e da grande diventa sovrintendente, la ragazzina Giuditta salvata dall’amore di Maria poi andata sposa a Giovanni, e i loro figli, i nipoti, le loro speranze, le loro delusioni, i loro amori, i loro orgogli anche, le loro memorie di un’educazione sana, di una formazione non intaccata dalla corruzione dei tempi, ancorata a un ceppo antico su cui ancora è possibile immaginare progetti, nel triste grigiore dei tempi. Non è fare un torto a Veltroni dire che i “personaggi”, che sono tanti in una storia così lunga,  non riescono ad essere propriamente “personaggi”, nel senso che nessuno di essi ha un profilo esattamente definito, una connotazione che lo distingue sino a farlo unico, irripetibile. È invece cogliere il senso, se vogliamo, “politico” di un libro che sembra eludere la politica saltando a piè pari il tempo attuale che più degli altri avrebbe imposto il crisma del giudizio politico. Questo senso è anche nel significato metaforico dello stesso nome della famiglia protagonista.

“Noi” è una repulsa dell’io, un bisogno di pluralità in tempi egolatrici, un voler pensare all’umanità in tempi di chiusura nell’interesse singolo, un voler essere tutti per tutti in tempi di tutti contro tutti, nell’implicito sottinteso che di questi “tutti” sono parte la piccola ebrea Giuditta del giorno di San Lorenzo, che vide i suoi genitori deportati in Germania, non meno dei poveri cristi che affiorano dalle acque della loro miseria mentre sciagurati egoismi tollerano che possano annegare in vista di rive indifferenti. La famiglia Noi, in quella circostanza, non girò la testa dall’altra parte. E furono questi, da allora, i suoi quarti di nobiltà. E dunque il salto di cui dicevamo, che sembra ignorare il presente, è esso stesso un giudizio e una rappresentazione del presente. Proprio perché taciuto, all’apparenza, dalla penna dell’autore.

In questo senso dicevo romanzo “politico”. Perché carico di un significato collettivo, di una proposta che è anche un progetto di umanità “possibile”, veltronianamente buona, portatrice di valori “belli”. Che è compito di una politica “bella” trasferire dalla carta cui uno scrittore affida i suoi sogni alla realtà di atti concreti che aiutino a costruire il nuovo. Non è inutile ricordare che proprio La bella politica si intitola un altro libro di Walter Veltroni, che può leggersi come prefazione di questo romanzo.

di Alfio Siracusano

“Noi”di Walter Veltroni
Narrativa
pp. 352, euro 19
Ed. Rizzoli, 2009
ISBN  17035545
Fonte : http://nuke.ilsottoscritto.it

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