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Artista garibaldino

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Raffaello Sernesi

Artista garibaldino


Un vero peccato che la sorte non gli abbia permesso

di dipingere i paesaggi della nostra regione

 

 

Bolzano - L’artista garibaldino Raffaello Sernesi , nel 145° anniversario della sua morte , avvenuta all’Ospedale di Bolzano ove  era ricoverato per le ferite subito nel combattimento di Cimegosarà   ommemorato ,  giovedì 11 agosto, alle ore 18, presso il Circolo Culturale La Stanza, Via Orazio 34, Bolzano . Per l’occasione  “ Un Annullo Speciale Figurativo” , durante la cerimonia  sarà presente un ufficio postale distaccato delle Poste Italiane .

Una vita breve quanto intensa quella del pittore  macchiaiolo Raffaello Sernesi, venuto a morire neppure ventottenne a Bolzano, l’11 agosto 1866, 145 anni fa. Era tra i volontari garibaldini e venne raccolto ferito dopo il combattimento di Cimego (non Cimago come appare in molti libri e come lui stesso chiamava la località). In un’epoca in cui non esistevano antibiotici era frequentissima la cancrena di un arto ferito, cosa che avvenne regolarmente ed il giovane Raffaello morì per essersi troppo a lungo rifiutato di farsi amputare la gamba. Chissà, forse il vitalismo tipico del suo essere pittore “ribelle” e soldato di Garibaldi, gli impediva di riconoscersi in un futuro da invalido e quella scelta, giusta o sbagliata che fosse, gliela dettò la coscienza e noi dobbiamo rispettarla, anche se ci ha fatto perdere un grandissimo pittore.

Nato il 29 dicembre 1838 da modesta famiglia nel quartiere di San Frediano, si iscrisse nel 1856 all’ “Accademia delle Belle Arti” di Firenze, alla “Scuola della Statua” diretta da  Antonio Ciseri. La sua frequenza fu piuttosto irregolare e disordinata, ma mostrò presto a maestri e compagni di studio la stoffa del genio, in quanto, pur così poco assiduo, riusciva ad assorbire in breve tempo tutto quanto veniva insegnato, superando colleghi apparentemente più dotati.

La pittura non gli dava di che vivere e quindi praticò il mestiere dell’incisore e quando fu in vita molto successo ebbero, più dei suoi quadri (non ne dipinse davvero molti e non li firmò neppure tutti….) le medaglie, una del 1860 dedicata a Garibaldi ed una del 1865, commissionatagli dal Comune di Firenze, per il sesto centenario dantesco.

Nel maggio del 1866 si arruola nel Sesto Reggimento Volontari Garibaldini (Brigata Nicotera) ed il 16 luglio rimane ferito a Cimego. Preso prigioniero viene portato assieme ad altri feriti all’Ospedale di Bolzano dove, scrive alla sorella Olimpia il 21 “siamo ricolmati di cure e di gentilezze”. Senza voler fare della stupida retorica, poiché la guerra è sempre e comunque brutta, all’epoca vigevano ancora certi valori etici per cui ancora non si odiava “il nemico” e certa cavalleria nei comportamenti veniva rispettata (proprio nel 1866 in Trentino, durante l’armistizio, ufficiali austriaci invitavano a cena i loro colleghi garibaldini e viceversa, cosa inimmaginabile nei nostri “civilissimi” tempi…).

Non mi risulta che Raffaello Sernesi parlasse il tedesco, è evidente quindi che aveva trovato, tra il personale medico, infermieristico ed assistenziale dell’ospedale della nostra città, persone con cui poteva parlare in italiano. Come si è detto, la morte avvenne per il rifiuto dell’amputazione della gamba l’11 agosto. Si concludeva così, veloce come una meteora, la vita del garibaldino pittore macchiaiolo.

“Macchiaiolo” era un termine che venne a tutta prima adoperato in senso spregiativo, fu coniato nel 1862 da un giornalista della “Gazzetta del Popolo”, che intendeva sottolineare l’antiaccademico rifiuto del disegno e della forma a favore dell’effetto. I pittori appartenenti a quella corrente trasformarono il termine da negativo in positivo e si definirono con orgoglio “Macchiaioli”, appunto.

Secondo i Macchiaioli la pittura doveva riprodurre “l’impressione del vero”, secondo le parole di Giovanni Fattori, l’esponente forse più illustre della corrente.

Ma cos’è infine il “vero”? Ognuno di noi può riceverne un’impressione diversa, a seconda dello stato d’animo del momento o a seconda del proprio carattere o della propria sensibilità. “Verismo” non è sinonimo di “realismo”, si badi bene. E proprio Raffaello Sernesi riesce a dare, tramite un uso del colore  e della luce che gli era tipico, una pennellata di fantastico, quasi di “magico” ai suoi paesaggi (che per me rappresentano il meglio della sua produzione). Penso ai “Tetti al sole”, ai pascoli dell’Appennino o della Versilia, a Castiglioncello, il pittore non vedeva la realtà come un fotografo, riuscendo a comunicare nei suoi quadri un’atmosfera che confina quasi con il sogno, come se la percezione della realtà che egli avesse fosse più profonda di quella che il suo conterraneo Dante chiamava “la gente grossa”.

Un vero peccato che la sorte non gli abbia permesso di dipingere i paesaggi della nostra regione, chissà come avrebbe trasmesso ai posteri le Dolomiti… 

E’ un luogo comune dire che gli Dei si portano via giovani quelli che prediligono, certo è che Raffaello Sernesi è riuscito con la sua pittura, in così poco tempo, a lasciarci in eredità un messaggio poetico che sarebbe ingiusto dimenticare proprio nella città dove gli Dei se lo sono preso.


di Achille Ragazzoni
  (09.08.2011)