Cercasi pace disperatamente
Ogni tanto qualcuno vince una guerra, come gli americani nel Golfo; però nessuno vince la pace. E’ venuto meno, in questi ultimi anni, questo supremo valore: l’amministrare le situazioni postbelliche.
di Guido Clemente
Il tutto aggravato dalla straordinaria disponibilità dei mezzi di distruzione, per cui le guerre si combattano per ragioni vecchie, ma a volte con strumenti nuovi. La vittoria dei fanatismi e dei particolarismi rappresenta la sconfitta della ragione, ma anche della capacità di governo degli organismi internazionali e delle grandi potenze rimaste sulla scena dopo la dissoluzione dell’impero sovietico.
Assistiamo dunque a due fallimenti: uno, il più serio, il fallimento della politica. Siamo in un’epoca nella quale il problema è , certo, la recrudescenza delle guerre locali, ma è soprattutto l’incapacità di governare la pace e i processi di mediazione.
Ogni tanto qualcuno vince una guerra, come gli americani nel Golfo; però nessuno vince la pace. E’ venuto meno, in questi ultimi anni, questo supremo valore: l’amministrare le situazioni postbelliche.
Quasi in nessun periodo della storia si era perduto il rapporto tra la guerra e le sue distruzioni e ciò che viene dopo. Forse la guerra non è più un modo di fare politica, secondo la visione ottocentesca, ma certo non può essere la soluzione cui si ricorre perché non c’è altro da fare. Si combatte senza obiettivi strategici; di qui al crudeltà fine a se stessa, la tentazione del terrorismo, la violenza che è insieme mezzo e fine.
I Romani sapevano come gestire la pace, e infatti, popolo militare, fondarono un impero di cui la pace era parola essenziale. Anche gli inglesi, costruendo il loro impero sapevano come fare fruttare le vittorie ai fini di una certa stabilità. In questo secolo l’unico ordine, tra le guerre mondiali, è stato quello dettato dall’equilibrio del terrore e dalla guerra fredda.
Un secondo, tragico fallimento sta nella mancanza di una sensibilità e di una reale coscienza di pace.
Spazzate vie le ideologie, ha prevalso il fastidio per le strumentalizzazioni e gli estremismi. Sono finite le utopie, ma è rimasto il cinismo. Se non si recupera l’aspirazione alla pace come utopia di fronte al fallimento di ogni processo nazionale, non rimane che la rassegnazione, o il cinismo.
Ricordiamo la guerra del Golfo; si è discusso, di nuovo, di guerra giusta, di guerra chirurgica, di guerra senza sangue. Eppure è stata forse una delle guerre più inutili nella sua spettacolarità. E’ venuto meno ogni ideale, se non in settori del mondo cattolico e in minoranza della vecchia sinistra e in alcuni movimenti.
Forse nessuno rimpiange le manifestazioni contro la guerra in Vietnam , o i riflessi antiamericani del pacifismo degli anni cinquanta e sessanta. Tuttavia, i valori contemporanei non sono tali da incoraggiare alla speranza. L’introspezione dura poco ed è per lo più legata alla spettacolarizzazione compiuta ogni giorno dai media.
Un cultura vera della pace stenta a farsi movimento di massa, radicato nelle coscienze. In definitiva, un bilancio, anche provvisorio degli anni della speranza non lascia purtroppo molto in cui sperare.
di Guido Clemente
da “ Storia e Dossier” (aprile 1996)
01 giugno2010













