La Civilta' Della Menzogna
Restare in una confessione di fede
pur restando in buona fede è impossibile
Piacenza - La civiltà della menzogna, regolarmente percepibile oggi in TV, ha, come ogni cosa, il suo senso: tutto il male, tutto il lato cattivo della natura umana, se lo si osserva da un punto di vista superiore può tramutarsi in bene, vale a dire in ciò che per l’uomo è la garanzia del suo eterno e sempre ascendente progresso. Il senso è dunque una consapevolezza precisa: gli assassini pedofili non sono più mentitori dei preti pedofili o dei politici, o dei mass media.
Anzi, vi è una precisa hit parade della menzogna: “Al primo posto sono le chiese, al secondo vengono i media e al terzo i politici. E ciò è detto del tutto obiettivamente, non su base emotiva”. Afferma il filosofo Rudolf Steiner: “L'entusiasmo nel mentire è suscitato da quanto si apprende a seguito di un'educazione sacerdotale. L'entusiasmo a mentire nella stampa è provocato dalle situazioni sociali. Nella politica la menzogna è invece solo una continuazione nella vita civile di quello che è del tutto ovvio nel militarismo, con il quale la politica è strettamente connessa: volendo vincere un avversario, lo si deve ingannare, e tutta la strategia tende appunto a imparare come si inganna; è un sistema che viene trasposto nella vita civile, a seguito della parentela tra militarismo e politica.
Nella politica il mentire è un sistema. Negli altri due gruppi, giornalisti e rappresentanti delle confessioni, il mentire è entusiasmo. La gente, per puro pregiudizio, non è ancora convinta che è impossibile rimanere nelle confessioni, nei partiti e negli aggruppamenti vari, e dire la verità. All'interno di queste organizzazioni, chi crede poter avere in esse una funzione e dire la verità, può diventare tutt’al più una figura tragica”.
Restare in una confessione di fede pur restando in buona fede è impossibile, perché si può ingannare il mondo per un po’ di tempo, o una parte del mondo per tutto il tempo, oppure ancora una parte del mondo per una parte del tempo, ma non si può ingannare tutto il mondo per tutto il tempo.
Le contraddizioni a cui si assiste giornalmente in tv, se proiettate sullo schermo degli ultimi secoli di storia della filosofia, non sono altro che un sintomo della civiltà della menzogna a cui siamo arrivati per pigrizia mentale. Per esempio, in un suo libro Woody Allen si mostra terrorizzato da Immanuel Kant, e Umberto Eco scrive a questo proposito che “dal modo in cui lo usa come elemento comico, si capisce che lo ha letto, ma non ha sopportato lo choc” (U. Eco, in W. Allen, “Saperla lunga”, introduzione alla 1ª edizione del 1973). Eppure, pur chiedendosi in quel libro se Kant non abbia preso una mega cantonata sul piano morale, Allen fa iniziare il suo ultimo film “Basta che funzioni”, con l’affermazione kantiana sul “male radicale”, che è appunto il fondamento kantiano della vita morale-razionale. “Gli insegnamenti di Gesù sono una meraviglia - dice Boris, protagonista del film - così come lo sono in origine le intenzioni di Carlo Marx […], tutte grandi idee ma hanno tutte quante un fatale difetto: sono tutte basate sul falso concetto che l’uomo sia fondamentalmente buono”.
Ma la prima falsità è proprio questa, terrorizzante, che Kant fa in “Religione nei limiti della pura ragione”, dottrina rifiutata immediatamente da Goethe e da Schiller, e da pochi altri, ma accolta da tutti fino ad oggi: tanto dal mondo cattolico quanto da quello protestante in nome del peccato originale e dell’imperativo categorico del “dover essere”. In sostanza si delegano ancora oggi quei mondi a pensare per noi. Ma chi crede e/o fa credere che l’uomo sia cattivo può allo stesso tempo credere nella legge? Forse che la legge non è opera dell’uomo?
Come per Marx i fattori ideali devono cedere il posto ai fattori materiali, così per Kant il fattore “conoscenza” deve cedere il posto al fattore “fede”. E questo è il problema di oggi della “politica” che si stempera nei tanti Peppone e don Camillo, che sono poi culo e camicia. Vi è una religione di Stato e vi è uno Stato, dunque da una parte dogmi di fede e dall’altra leggi di Stato. Ma sono la stessa cosa. Anche la fede è materialismo: si crede nel Libro anziché nell’io, “figlio dell’uomo”, in cui il Libro dovrebbe essere incarnato.
Così si arriva alle filosofie della miseria. Ma il mondo della miseria e quello della fede sono forse il mondo delle idee? Per Marx, che scrisse “La miseria della filosofia”, forse sì. Così per Kant, che nella prefazione alla 2ª edizione della sua “Critica della ragion pura” scrisse: “Dovetti dunque togliere la conoscenza per far posto alla fede”. Ma questi promotori di materialismo sono davvero filosofi?
Si prenda la stima di Marx per Feuerbach: è paragonabile a quella che si può avere per il barone di Münchhausen che diceva di sostenersi per aria attaccato al proprio codino: Marx si rifà a Feuerbach, così come quest’ultimo si rifà a Lichtemberg, che poneva il problema: cos’è che viene prima, lo spirito o il corpo? E come risposta a questa domanda, si stabilì lo spirito come prodotto dell’evoluzione corporea. E qualche decennio prima Cabanis era arrivato a sostenere: “Il cervello secerne pensieri come il fegato secerne la bile, e le ghiandole salivari la saliva”. Lo stile del prode Münchhausen continuò poi con Lange, che dirà: “I sensi ci danno gli effetti delle cose, di questi semplici effetti fanno però anche parte i sensi stessi, compreso il cervello”.
In altre parole, tutte queste “filosofie” della materia generano ogni altra contraddizione: i fattori materiali agiscono in modo indipendente dalla volontà dell’uomo, per cui si genera la soggezione dell’uomo rispetto alle forze produttive materiali, di cui egli diventa, sia nel suo modo di pensare, sia nel suo modo di agire, un semplice schiavo.
Quando non ci si mette d’accordo, perché non ci si intende più a causa del trasformismo dei contenuti concettuali scambiati per parole, o per dialettica priva di contenuto, non rimane altro, per sopravvivere, che la forza bruta, la guerra, l’omicidio. E più il mondo è pericoloso, più la sicurezza è ottenuta dall’aumento degli strumenti repressivi. E perché non ci si può mettere d'accordo? Perché la nostra attuale cultura non è più in grado di indicare il vero senso della giustizia, in quanto ostacolata dal nichilismo giuridico. Come si può immaginare per esempio una moratoria universale contro la guerra se nelle scuole di Stato e nelle università si aborre l'universalità del pensare?
di Nereo Villa













