"Una tacita speranza che fonde razionalità e fede tra romanzi di Dan Brown e il bosone di Higgs” -
Se pure un po’ passato di moda davanti ai trionfi del più secolarizzato albero illuminato, il presepe, in tempo di Natale, continua ad attirare fedeli, ma anche semplici visitatori. Anche i non credenti, infatti, sono misteriosamente attratti da questo mondo in miniatura dove tutto si svolge intorno a un Dio bambino. Si sentono giustificati nella loro attrazione dal fatto che ormai il presepe ha trovato posto fra le opere d’arte, o almeno d’artigianato, degne di essere conservate nei musei. Ma lo sguardo che lanciano al piccolo che sorride radioso in piena luce non è anche carico di una forse inconfessata speranza di incontrare Dio, di vedere come è fatto? Perché anche chi non crede qualche dubbio ce l’ha sempre, e sa che, se potesse vedere come è fatto Dio, forse ci crederebbe.
Anche i fedeli hanno bisogno di vederlo, di incontrarlo veramente, di toccarlo, perché la fede si esprime innanzitutto attraverso il volgersi alla divinità tramite mezzi sensibili. Il fedele è spinto continuamente a cercare la presenza del Dio, la personificazione della divinità o almeno una sua traccia tangibile.
Questa tensione a “toccare” Dio si manifesta anche nelle religioni più “astratte” che esistano, cioè l’Ebraismo e l’Islam. Nella tradizione ebraica infatti Dio si è, per così dire, reso materialmente presente attraverso le tavole della legge, un tempo conservate nell’arca del tempio di Gerusalemme. Scritte da Mosè sotto dettatura divina, certo, ma in presenza della divinità, messaggio diretto di questa. Nell’Islam è stato recuperato da Maometto stesso un antico culto preesistente, quello della pietra nera della Mecca, considerato una forma di presenza divina tangibile. Lì, per toccare quella pietra, tutti i musulmani maschi sono tenuti ad andare in pellegrinaggio almeno una volta nella vita.
Nella tradizione cristiana, fondata sull’incarnazione di Dio, i segni materiali ovviamente abbondano e offrono continue occasioni di pellegrinaggio che spesso hanno mantenuto qualche traccia del sapore iniziatico originale. Si tratta di un cammino alla ricerca di Dio molto umano, molto materiale, che non ha nulla a che fare con la ricerca mistica di un contatto interiore con Dio, solo qualche volta manifestato anche con visioni.
Tutti i pellegrinaggi e le tracce di Dio risalgono a tempi lontani e mantengono qualcosa di fiabesco, che ne accresce il mistero e la sacralità. Se fosse tutto storicamente e razionalmente provato, ci sembrerebbe di stare a scuola, e non al cospetto del sacro. Che noia cercare le tracce come se si trattasse di certezze solo razionali!
L’inventrice del pellegrinaggio in Palestina è stata una donna, Elena, la madre dell’imperatore Costantino, quella che, sempre secondo la leggenda, lo aveva convertito al Cristianesimo. Elena utilizza il suo potere imperiale per andare in Terra Santa a cercare le tracce materiali della vita di Gesù, e le trova miracolosamente: la culla dove il bambino aveva dormito viene rinvenuta a Betlemme, e così sul Calvario la croce dove era spirato, con i chiodi e la corona di spine. Ogni luogo dove scavare, ogni oggetto sono da lei trovati miracolosamente e la loro autenticità viene garantita da miracoli. Poi l’imperatrice trasferisce tutto a Roma dove, con il tempo, a questo già ricco bottino si aggiungono, non si sa bene quando, le pietre della scala del palazzo di Pilato, percorsa da Gesù ben due volte nel corso della sua passione, nonché la terra del luogo dove era stato sepolto. Certo, la Palestinaera lontana, e dopo l’occupazione araba quasi inaccessibile per i pellegrini: il trasferimento di queste reliquie è funzionale (in modo che oggi a noi sembra un po’ sospetto) a trasformare Roma in meta di pellegrinaggio. Le reliquie di Pietro e Paolo forse non bastavano: per farne un vero e ambito luogo di pellegrinaggio ci volevano tracce concrete di Dio fatto uomo, e questo serviva anche a rafforzare il potere imperiale.
Il Cristianesimo, infatti, si stava affermando in Europa, lontano e al di fuori della terra dove Gesù era vissuto, creando una situazione unica: una religione che si sviluppa lontano dai suoi luoghi santi. Poi, mentre le reliquie della croce si moltiplicavano e si spargevano in tutta Europa, dall’Oriente (più realisticamente dal sacco di Bisanzio nel 1204) arrivarono del Dio incarnato altre tracce ancora più sensazionali: il suo volto, stampato dal suo sangue su un telo durante la lunga salita al Calvario. Anche qui, un segno della provenienza leggendaria del Santo Volto, cantato da Dante e Petrarca, lo dà il nome della donna cui si attribuisce il gesto pietoso: Veronica, cioè vera icona, vera immagine. Ma il nome, invece di generare sospetto, sembrava garantire l’autenticità di una reliquia così preziosa da giustificare, a partire dall’anno 1300, la nuova usanza di indire a periodi stabiliti giubilei durante i quali, a San Pietro, la santa immagine sarebbe stata esposta ai pellegrini.
Si sa che i pellegrinaggi erano anche altro: occasione di guadagni, di visite alle prostitute il giorno prima dell’indulgenza, o più semplicemente di svago e conoscenza del mondo. Per i pellegrini la ricerca di Dio e queste intenzioni meno pie non erano separate: convivevano come succede sempre nell’essere umano. Tanto, prima di ottenere la sospirata indulgenza, bisognava pentirsi, e promettere di non peccare più: il pellegrinaggio doveva diventare un momento di conversione. Non si può pensare che venire in contatto con le tracce di Dio non lasci segni visibili nella vita dei pellegrini. Anzi, la conversione è la prova stessa della sacralità delle reliquie, del loro essere veri resti del passaggio di Dio nel mondo.
Ma c’è anche una reliquia di cui si parla molto nella letteratura, e di cui non si è mai trovata traccia: il sangue uscito dal costato di Gesù crocefisso raccolto (secondo la leggenda) in una coppa preziosa da Giuseppe d’Arimatea, lo stesso amico che aveva offerto a Gesù il suo sepolcro. Intorno a questa sacra coppa, il Graal, si sono sviluppate molte trame immaginarie, da quelle dei cavalieri della tavola rotonda al Parsifal di Richard Wagner, fino ad arrivare, recentemente, al Codice da Vinci di Dan Brown. Il sangue è un simbolo potentissimo: segno di vita e insieme testimonianza del sacrificio offerto da Gesù per la salvezza degli uomini. Per arrivare a trovarlo, anzi per arrivare a vederlo, è indispensabile non solo dimostrare valore e coraggio, ma anche una vera purezza d’animo. Non solo le virtù umane, quindi, ma la capacità di resistere al peccato: mentre il più prode dei cavalieri, Lancillotto, cade nell’adulterio con Ginevra, segnando così la sua sconfitta, sarà infatti il puro Parsifal ad arrivare alla coppa preziosa.
Avventure e insegnamento morale strettamente connessi, almeno nelle versioni più antiche del ciclo leggendario, legano indissolubilmente le tracce concrete di Dio all’anima monda del ricercatore: solo chi è senza peccato sa trovare veramente Dio in questo mondo. Almeno era così finché non è arrivato il Codice da Vinci, che ha secolarizzato brutalmente il senso della ricerca, trasformandola in una banale inchiesta investigativa. Nel frattempo, di ricerca in ricerca, il desiderio di trovare le tracce del Creatore ha generato anche ironici soprannomi, com’è successo a quella particella che i fisici cercano da anni e che secondo la scienza fornirebbe la massa a tutte le altre dell’universo: se i fisici la chiamano bosone di Higgs, i media non hanno perso l’occasione per ribattezzarla col ben più magnetico epiteto di “particella di Dio”, un’altra suggestione perfetta, pronta per essere gustata fra le cronache prenatalizie da un pubblico eterogeneo, ma sempre avido di segni.
di Lucetta Scaraffia
29 Dicembre 2011
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Immagine: Scena della creazione di Adamo, affrescata da Michelangelo nella Cappella Sistina













